La natura incontaminata ha da sempre una profonda attrattiva per gli esseri umani, è come se qualcosa dentro di noi si risvegliasse e ci spingesse verso scenari dal sapore ancestrale. Che si tratti di un bosco rigoglioso, di una spiaggia bagnata dall’oceano o di una montagna innevata, la natura ha il potere di calmarci e appagarci, di metterci in contatto con una parte di noi stessi che nel caos della vita moderna viene spesso trascurata. Tutte le discipline outdoor hanno questo denominatore comune, ma ve n’è una con un fascino così peculiare da attirare l’interesse di praticamente chiunque: lo sleddog.

Praticare sleddog non vuol dire semplicemente esplorare bellissimi paesaggi innevati, vuol dire soprattutto affrontarne le dure condizioni assieme a compagni inseparabili e leali: i cani da slitta. Contatto con la natura e sinergia di intenti con i cani da traino rendono la pratica dello sleddog un’esperienza estremamente appagante, che molti non esitano a definire come “magica”. Questa sensazione è probabilmente dovuta all’origine di questa disciplina: quello che oggi viene visto come uno sport o un’attività ricreativa, è nato in realtà dalla necessità di sopravvivere e continua ad essere basato su un profondo sodalizio tra cane e uomo.

Le origini dello sleddog

Vi sono indizi che fanno risalire l’utilizzo di slitte trainate da cani a ben 4000 anni fa, presso popoli stanziati nella Siberia centrale. Nonostante gli scarsi mezzi a disposizione, gli inventori dello sleddog perfezionarono le slitte al punto di poterle equipaggiare con mute che contavano fino a venti cani, utilizzando per la costruzione i materiali più variegati: dal legno alle ossa di balena, fino anche ai blocchi di ghiaccio. Con il migrare delle popolazioni, l’utilizzo delle slitte trainate da cani approdò anche in Alaska e venne affinata per permettere lo spostamento di carichi a lunga distanza, nonché soprattutto per agevolare le operazioni di caccia.

I secoli passano, le tecniche di costruzione si affinano, ma l’essenza dello sleddog rimane la stessa e si presentò invariata agli occhi degli esploratori europei che, nel XVI secolo, entrarono a contatto con le popolazioni Inuit della Groenlandia. Non abituati a concepire i cani come animali da traino, rimasero stupefatti dalla loro incredibile resistenza e dall’efficienza che queste slitte avevano nello spostarsi sui territori innevati. Non ci volle molto prima che anche gli Occidentali si mettessero ad impiegare cani da slitta e l’occasione giusta venne offerta dalla “febbre dell’oro” che spinse numerosi avventurieri a cercare fortuna nell’inospitale Klondike. Fu in quel periodo (fine ‘800) che la disciplina divenne nota al grande pubblico, grazie a Jack London e ai suoi racconti dell’Alaska.

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Lo sleddog in epoca moderna

Fare corse con cani da slitta divenne una disciplina riconosciuta soltanto nel 1908, con l’organizzazione della prima competizione sportiva: la “All Alaska Sweepstakes”. Nello stesso periodo i cani da slitta si rivelarono indispensabili per compiere le esplorazioni polari, potendo condurre i propri padroni in luoghi dove nessun altro mezzo del tempo riusciva ad addentrarsi.

Dopo il primo dopoguerra le competizioni fra cani da slitta si diffusero a macchia d’olio in ogni posto al mondo dotato delle condizioni adeguate per praticare questa disciplina. La più popolare oggi è l’Iditaroad, durissima gara che vuole commemorare la spedizione di cani da slitta che, nel 1925, scongiurò un’epidemia di difterite nella cittadina di Nome. Questa vicenda è nota ai più grazie al film d’animazione “Balto”, che ha peraltro contribuito alla popolarità dello sleddog, facendolo entrare nel cuore di moltissime persone.

I tempi moderni sono senza dubbio diversi da quelli in cui lo sleddog ha raggiunto la massima diffusione: oggi esistono mezzi più efficienti e pratici per avventurarsi in luoghi inospitali, mentre per escursioni a scopo ricreativo le motoslitte rappresentano la prima scelta per molte persone. Eppure lo sleddog sopravvive, e non solo come disciplina sportiva o come mezzo di trasporto in alcune regioni sperdute di Canada e Siberia: l’esperienza che offre e la suggestione data dall’usare un mezzo di trasporto ideato millenni fa, spingono molte persone ad entrarvi in contatto.

Il cuore dello sleddog: i cani

Durante la prima edizione della “All Alaska Sweepstakes” i cani utilizzati per il traino non erano di origine nordica, ma vennero semplicemente scelti in base a forza e velocità. Dalla seconda edizione però avvenne un fatto che fece cambiare radicalmente la percezione dei cani da slitta: un concorrente russo si servì di una muta di cani importati dalla Siberia, impressionando tutti per la velocità e soprattutto per l’inarrivabile resistenza di questi animali. La sua slitta si classificò terza, ma mentre tutti gli altri cani giunsero al traguardo che erano allo stremo delle forze, gli esemplari siberiani erano ancora pieni di energie, con evidente voglia di continuare a correre. Questo piccolo aneddoto serve per spiegare un concetto importante: i cani da sleddog sono nati per trainare le slitte e nessun’altra specie può prendere il loro posto.

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Tipicamente i cani da slitta vengono chiamati “Husky”, ma questa denominazione è impropria, poiché il termine vuol dire semplicemente “cane nordico”. In realtà gli husky appartengono a diverse razze, tutte strettamente imparentate tra loro, la più celebre delle quali è senza dubbio quella dei Siberian Husky. Questi ultimi — assieme ai cugini Alaskan — sono gli esemplari più adatti alle competizioni sportive, in quanto selezionati appositamente in virtù della loro velocità; non bisogna però compiere l’errore di pensare che siano il risultato di una selezione attiva fin dagli albori dello sleddog.

Il capostipite dei cani da traino è infatti il possente Alaskan Malamute, che fa di resistenza e forza fisica i suoi punti di forza. Erede di un’epoca in cui la priorità non era fare gare di velocità, bensì sopravvivere, questo esemplare si è evoluto per poter trainare carichi pesanti per giorni interi, oltre che per dimostrare assoluta lealtà al padrone. Ciò che potrebbe sorprendere è che l’Alaskan Malamute ha subito un processo di selezione naturale, senza alcuno sforzo attivo da parte dell’uomo. La storia di questa razza, rimasta pressoché invariata nel corso dei millenni, è legata a doppio filo con quella delle popolazioni Inuit, che hanno instaurato con i cani un rapporto di mutua cooperazione indispensabile per sopravvivere in regioni inospitali come l’Alaska.

Molte persone pensano che i cani da slitta siano obbligati al traino e si rifiutano di provare questa bellissima esperienza perché credono si tratti di sfruttamento. È una posizione comprensibile, ma non ha alcun riscontro nella realtà: per questa tipologia di cane il traino è quasi una necessità, un gioco, qualcosa che sentono di dover fare perché è scritto nei loro geni. Per levarsi ogni possibile dubbio di sfruttamento basta osservare come si comportano questi animali poco prima della partenza, o addirittura durante le soste: abbaiano, ululano, scalpitano per partire; per i cani da slitta, trainare è divertimento puro, non una costrizione!

Ogni cane attaccato alla line (la corda da traino) ha uno specifico ruolo, che ricopre a seconda di caratteristiche fisiche e inclinazione caratteriale. Vicino alla slitta ci sono i wheel-dog, i cani fisicamente più forti, che non si fermano mai, i capo-branco che stanno nelle retrovie per spronare chi hanno davanti. Davanti a tutti viene posizionato il leader — termine da non confondere con “capo-branco” — il cane che ha maggior feeling con il padrone e ne segue alla lettera le istruzioni, orientando la direzione del gruppo. In posizione intermedia vengono imbrigliati i team-dog, tipicamente i cani più veloci, che si alternano nell’aiutare il leader e i wheel-dog.

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L’altra metà dello sleddog: il musher

Nello sleddog cani e conducente (denominato musher) fanno parte di una sola entità, di un organismo in cui tutte le parti collaborano in sincronia per raggiungere il medesimo scopo. Il musher non è un componente passivo che dice ai cani cosa fare e si lascia trainare fino a destinazione, anzi: è parte attiva della spedizione, è il capo-branco che guida i suoi compagni verso l’obiettivo ed è pronto ad aiutarli in caso di difficoltà. Nell’affrontare percorsi in salita, ad esempio, il musher scende dalla slitta e si mette a spingerla con tutte le sue forze, così da aiutare i cani nel traino.

Il rapporto tra musher e i cani deve essere molto equilibrato: la gerarchia è ferrea, ma non si basa su una costrizione. Ne è prova il fatto che ogni comando viene impartito vocalmente ed eseguito dai cani di loro volontà, motivo per cui il presupposto è una ferrea fiducia tra il musher e il branco. Fiducia di cui si ha assoluto bisogno soprattutto nei momenti di grande necessità, ad esempio quando il conducente perde l’orientamento e concede il comando al leader della muta, che si assume la responsabilità di riportare il gruppo in salvo. Questo equilibrio armonico basato sul rispetto conferisce allo sleddog una dimensione molto intima che va ad aggiungere ulteriore fascino alla disciplina.

Un professionista chiaramente deve conoscere i propri cani uno ad uno, per poter sfruttare al meglio le loro peculiarità e venir riconosciuto come capo-branco, ma lo sleddog è una disciplina che chiunque può (e forse dovrebbe) provare. Ovviamente è richiesta una buona curva di apprendimento, per questo motivo molti centri sleddog offrono escursioni in cui gli utenti non conducono la slitta in prima persona, bensì sono affiancati da operatori esperti. È però possibile seguire dei corsi appositi per imparare a condurre una slitta e poter quindi fare escursioni in autonomia. Ovviamente in queste circostanze si ha a che fare con mute che contano tre o quattro cani, nulla a che vedere con i 20 capi a disposizione di un professionista. Vale la pena menzionare che lo sleddog è un’attività adatta anche ai bambini, che possono salire su una slitta in completa sicurezza (sotto la supervisione di un operatore qualificato), conducendo mute molto contenute (due cani, solitamente).

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Dove fare sleddog in Italia

Salire su una slitta e osservare i cani trainarla, lavorando all’unisono in perfetta armonia, dà sensazioni fantastiche. Sensazioni che vengono amplificate dalla bellezza dei paesaggi candidi che si incontrano lungo il cammino. L’Italia, tra Alpi e Appennini, può contare su fior fior di incantevoli paesaggi invernali che ben si presterebbero allo sleddog.

Nonostante questa disciplina sia nata in territori molto differenti, è stata molto ben recepita e ha saputo diffondersi a macchia d’olio come attività ricreativa presso le principali località montane. Ad esempio a Lavarone (in Trentino) è possibile prenotare esperienze fantastiche per familiarizzare con lo sleddog e, una volta acquisita sufficiente sicurezza, vivere avventure memorabili. Si inizia con una Sled Hour, mini lezione di sleddog dalla durata di un’ora, per poi passare al Sled Day, tramite cui si può incamerare abbastanza esperienza per prepararsi a vere e proprie escursioni. Per chi ha più tempo a disposizione è possibile optare per uno Sled Weekend, o addirittura una Sled Week, al termine della quale si otterrà l’abilitazione a condurre una slitta in autonomia! La ciliegina sulla torta è però l’Extrapolar: un’uscita con i cani da slitta e rientro il giorno seguente, con notte passata a dormire in tenda, avvolti nel sacco a pelo. L’occasione perfetta per rivivere i romanzi di Jack London!

Il tempo passa, la tecnologia avanza, le comodità aumentano, ma certi richiami ancestrali rimangono e sono impossibili da ignorare. Questo inverno lasciatevi sedurre da un’esperienza unica, quasi romantica: provate lo sleddog, non potrete rimanerne delusi.

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