Vi state chiedendo cosa centrino fiori, ruote e libertà? Sono gli ingredienti di una storia d’amore non convenzionale. Questa storia parte da lontano: ha inizio nell’Ottocento, quando la bicicletta fu inventata e divenne sin da subito metafora di libertà e progresso. Diventò anche un mezzo di emancipazione femminile, accelerando il processo che fece abbandonare le scomode gonne vittoriane per i ben più pratici pantaloni. Le prime cicliste ebbero però vita dura e furono vittime di vere e proprie campagne di denigrazione che definivano il velocipede come dannoso per l’unità famigliare o, peggio, per lo stesso apparato riproduttivo femminile.

Storia vecchia? Affatto. Un mezzo che le donne danno per scontato è ancora oggi vietato in molti paesi. Al Cairo, per fare un esempio, il gruppo di donne GoBike lotta quotidianamente per dimostrare che la bicicletta, considerata inappropriata per una donna, le aiuta a spostarsi agevolmente; l’autonomia di movimento è per loro una tappa importante per ottenere quella di pensiero e azione.

Anche nella civilissima Italia, se nella quotidianità le donne utilizzano la bicicletta al pari degli uomini, nell’ambiente sportivo la discriminazione esiste ancora. Le atlete, non solo di ciclismo, ma anche di molte altre discipline, sono considerate come “dilettanti”. Tutta colpa della legge 91 del 1981 che delega al Coni e alle federazioni la scelta di quali discipline possono essere definite professionistiche. La ripercussione di questa legge sulla vita delle cicliste, riguarda non solo il trattamento economico, le garanzie sanitarie e contrattuali, ma anche, ben più grave, la possibilità di essere contemporaneamente atlete e madri.

Voglio una ruota è un progetto di Antonella Bianco, ideatrice e regista, nato per realizzare, tramite una campagna di crowdfunding, un documentario su come il ciclismo sia stato e continui ad essere un potente mezzo di emancipazione femminile.

È un ritratto collettivo del rapporto tra le donne e la bicicletta; raccoglierà testimonianze importanti, come quella di Edita Pučinskaitė, unica donna ad aver vinto Giro d’Italia, Tour de France e Campionati del Mondo, o quella di Paola Gianotti, Londonderry contemporanea che ha fatto il giro del mondo in bicicletta battendo di 8 giorni il record precedente, e unica donna ad aver partecipato alla Red Bull Transiberian Extreme. Racconterà storie di dedizione totale, come quella di Yaya Sanguineti, atleta che corre nel team femminile BePink. O la storia incredibile di Eyerusalem Dino Keli, giovane ciclista etiope che contro il volere della sua famiglia ha raggiunto prima Addis Abeba e poi l’Italia pur di realizzare il proprio sogno. La storia delle ragazze egiziane del gruppo GoBike del Cairo. Quella di Anna Trevisi, giovane atleta del team Giusfredi, che lotta per difendere i diritti e il riconoscimento anche ma non solo economico delle atlete.

Per realizzare questo progetto, a parere mio necessario, Antonella ha scelto il crowfounding “perché vorremmo che il progetto fosse davvero indipendente. È un sistema che permette un contatto diretto con il nostro pubblico prima ancora che inizino le riprese e trasforma chiunque voglia contribuire anche con una cifra davvero piccola in un nostro produttore”.

Noi, amanti della condivisione, non possiamo non dare il nostro contributo. Abbiamo tempo fino al 16 Novembre, per fare in modo che Voglio una ruota continui a girare.

Si perché, “Voglio una ruota non è una storia per sole donne. È per tutti quelli che pedalano, nella vita come nello sport, e vorremmo che le persone ci aiutassero a raccontarla”.

Non perdere tempo, diventa produttore!

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