Mollare Tutto

Mollare tutto per diventare istruttore di surf: la storia di Gian

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Dalla scrivania alla tavola da surf, l’avventura esplosiva di un ragazzo torinese.

Vi è mai capitato di svegliarvi una mattina e sbottare: “Adesso basta, voglio mollare tutto e andarmene!”. Quasi sicuramente però è poi subentrata la voce della ragione (o della paura) e vi siete convinti che, tutto sommato, le cose non vanno poi così male e che quel lavoro un po’ monotono se non altro garantisce un buono stipendio. Ebbene, oggi faremo due chiacchiere con un ragazzo che invece ha deciso di gettare alle ortiche un contratto a tempo indeterminato per dedicarsi alla sua passione. Gianfranco, questo il suo nome, si è iscritto ad un corso per diventare istruttore di surf ed è partito alla volta del Marocco, imbarcandosi in un’avventura che ha cambiato la sua vita per sempre.

Ciao, Gian, presentati alla nostra community.

Ciao! Mi chiamo Gianfranco, ho 26 anni e sono nato a Torino, da padre italiano e madre portoghese.

La tua storia sembra quasi la trama di un film, come mai hai deciso di mollare tutto e partire per il Marocco?

Guarda, io avevo un buon lavoro: subito dopo la laurea magistrale in economia mi hanno assunto a tempo indeterminato presso un’agenzia pubblicitaria di Torino, quindi effettivamente non avevo molto di cui lamentarmi. Eppure, dopo un 2016 costellato da problemi di salute, mi sono ritrovato a chiedermi se stare in ufficio tutti i giorni fosse veramente quello che volevo fare della mia vita. La risposta è stata un sonoro “no” e di conseguenza ho deciso di lasciare il lavoro, di mollare tutto quello che avevo a Torino per provare qualcosa di nuovo.

E come mai hai scelto proprio un corso da istruttore di surf?

Ho sempre avuto la passione per il surf, quindi l’idea di dedicare tre mesi della mia vita solo a questo sport mi entusiasmava. In più ottenere una qualifica che mi permettesse di lavorare nei migliori spot surf di tutto il mondo è stata un’occasione molto allettante.

Ci hai pensato a lungo o è stata una scelta che, istintivamente, sapevi di dover fare?

Sapevo di doverla fare. Ovviamente ci ho pensato parecchio, soprattutto perché lasciare un lavoro a tempo indeterminato in una realtà in cui mi trovavo bene non è stata una scelta facile (e non è stata compresa, almeno all’inizio, da tutti).

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Quanto è durata la tua avventura?

Tre mesi: da inizio gennaio ad inizio aprile.

Ci sono stati grossi scogli psicologici o economici da superare per iniziare questa avventura?

Nessuno dei due. Avevo abbastanza soldi da parte e la fortuna di avere dei genitori che mi avrebbero accolto sotto il tetto domestico una volta tornato (cosa non ancora successa). Mi sono reso conto solo dopo dell’importanza degli affetti: gli amici e la mia città mi sono mancati tanto, in certi momenti.

Sentivi spesso familiari e amici?

Ogni tanto, non spessissimo. Avevo deciso di mettermi alla prova anche dal punto di vista dell’indipendenza emotiva e devo dire che nonostante non sia stato facile ho acquisito molta più autonomia e sicurezza in me stesso dopo questa esperienza.

Avevi già esperienza di lunghi soggiorni all’estero?

 No, se escludiamo l’aver vissuto per quattro mesi in Portogallo mentre scrivevo la mia tesi di laurea. Non sarebbe però corretto chiamarlo “soggiorno all’estero” dal momento che metà della mia famiglia vive là e quindi ci andavo già in visita ogni anno.

Sei partito da solo o conoscevi qualcuno dei tuoi compagni di corso?

Ero solo, non conoscevo nessuna delle persone che avrebbero seguito il corso. Una volta là mi sono ritrovato in un gruppo piuttosto nutrito: eravamo in 14, tra ragazze e ragazzi, tutti Europei. Due ragazzi erano Italiani, ma poi c’erano anche Portoghesi, Inglesi, Svizzeri e Francesi.

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Hai stretto amicizie o comunque rapporti significativi, in questo lasso di tempo?

Decisamente! Da aprile ad ora ho rivisto tutte le persone a me più care (la maggior parte mentre ero in Portogallo). Con un ragazzo italiano è nata una bellissima amicizia, tant’è che siamo andati un mese insieme in Indonesia e a fine giugno mi sono trasferito a casa sua, a Zurigo. Con una ragazza svizzera è nata una bellissima storia d’amore: abbiamo vissuto insieme due mesi su tre, siamo stati più di un mese in giro in furgone per il Portogallo e le Azzorre; ora sono in Svizzera con lei e a fine ottobre ripartiremo insieme per una nuova avventura.

Ottimo! Che emozioni hai provato, una volta giunto in terra straniera? Spaesamento? Eccitazione? Paura?

Appena arrivato, un senso di completo spaesamento e solitudine. Ho pensato: “Che ci faccio qui?!” Passata la prima notte ho iniziato pian piano ad ambientarmi e lo smarrimento iniziale si è subito trasformato in eccitazione all’idea di non far altro che surfare per tre mesi di fila!

Come hai trovato l’ambiente “a scuola”? Avevi aspettative che sono rimaste disattese, o sei stato sorpreso in positivo? Il livello degli insegnanti era buono?

L’ambiente era molto rilassato. I due istruttori (un ragazzo Marocchino e uno Tedesco) erano estremamente simpatici e preparati. All’inizio hanno tentato di “intimidirci” ma alla fine il clima era molto rilassato e per niente competitivo, così si è creato un bel rapporto.

Come si svolgeva la tua giornata tipo, alla scuola?

Sveglia verso le 8, colazione tutti insieme a due passi dall’acqua (quando vedevamo onde particolarmente belle, alcuni di noi andavano a surfare prima di colazione). Partenza alle 9 con due furgoni assieme agli istruttori, una volta arrivati a destinazione iniziavano le sessioni di surf (2-4 al dì); di solito si pranzava in spiaggia. Il pomeriggio era dedicato al relax (surf o yoga), mentre la sera si cenava su una terrazza a picco sul mare e, ogni tanto, si organizzava qualche beach party, surf style!

Le lezioni erano impegnative?

I livelli del gruppo erano molto vari, da completi principianti a “intermediate”, quindi spesso si cercavano onde che andassero bene per tutti, mentre altre volte si separavano i gruppi e i più esperti andavano ad affrontare condizioni impegnative. In generale non ho trovato difficili le lezioni, anche se qualche volta non ero proprio a mio agio in mare.

Hai imparato molte cose nuove?

Dal punto di vista del surf ho sicuramente acquisito molta sicurezza. In generale mi son reso conto che alla fine quello che importa sono le connessioni che crei con le persone, ovunque tu sia.

Hai avuto occasione di visitare un po’ il Marocco, in solitaria o con i tuoi colleghi?

Durante i tre mesi abbiamo fatto alcuni viaggi (nel sud del Marocco, a Essaouira, Imsouane). A fine viaggio siamo stati nel deserto e ho poi speso qualche giorno in più a Marrakech, con la mia ragazza, prima di ripartire.

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Ci torneresti, magari per viverci?

Sicuramente ci tornerei! L’inverno è un periodo stupendo per visitare il Marocco e mi piacerebbe tornare a surfare a Taghazout e dintorni, oltre a rivedere molti amici. Viverci…magari per qualche mese, ma tutta la vita non penso proprio. È anche vero che non ho ancora trovato un posto in cui vivrei “per tutta la vita”.

Al termine del corso hai dovuto superare un esame? Come si è svolto?

Al termine del corso abbiamo avuto una settimana di lezioni teoriche ed esami che si sono divise in due parti: nella prima abbiamo imparato a riconoscere e trattare diversi tipi di traumi e affrontato un esame fisico (nuoto e diversi salvataggi in mare aperto); nella seconda ci è stato insegnato come pianificare una lezione di surf e come svolgerla.

Immagino ti abbiano rilasciato un attestato, è valido in tutto il mondo?

Sì, si tratta dell’ISA Level 1 certificate, valido in tutto il mondo (alcune scuole di surf richiedono altri attestati).

Quando sei tornato in Italia?

A inizio aprile, ma mi sono fermato solo 10 giorni, prima di ripartire. Poi non sono più tornato per più di un fine settimana.

Che sensazioni ti ha dato questo ritorno?

Felice di rivedere parenti e amici, emozionato per l’avventura che sarebbe seguita: un mese in giro in motorino per le isole dell’Indonesia.

Ora che sei abilitato ad insegnare surf, è questa la direzione che vuoi dare alla tua vita?

Ancora non so, ma si tratta di un qualcosa che mi permette potenzialmente di lavorare, anche per brevi periodi, in giro per le spiagge del mondo. Non male, direi!

Come valuti, nel complesso, la tua esperienza? È valsa la pena di mollare tutto?

Ne è valsa la pena. Sono stati tre mesi in cui non ho dovuto pensare a nulla se non fare quello che mi piaceva di più, in compagnia di persone fantastiche. Inoltre ho anche ricevuto un attestato che mi apre nuove porte lavorative e di vita. Si è trattata di una spinta in quella che credo sia la direzione giusta e un ulteriore stimolo a viaggiare e vivere nuove avventure.

Cosa suggeriresti a qualcuno che si trova nella situazione di volersi lanciare in un’avventura, ma tentenna per via di mille paure?

A me aiuta chiedermi se sto effettivamente vivendo le mie ore e i miei giorni nel modo in cui vorrei, appieno. E se, nel caso in cui non avessi paura o non fossi “bloccato” da ciò che altri si aspettano da me, rifarei le stesse scelte. Provare qualcosa di nuovo è raramente la scelta sbagliata, male che vada si impara una lezione e si fa esperienza! Le paure che si provano in questi casi sono spesso immotivate: qualunque decisione si prenda, alla fine andrà tutto bene per motivi che una persona non si sarebbe mai potuto immaginare. Io per esempio non mi sarei mai aspettato, un anno fa, di finire a Zurigo, a lavorare in una banca privata, innamorato di una ragazza svizzera e pronto a ripartire per un periodo indefinito.  Le cose che invece vanno storte non sono quasi mai quelle per cui uno è spaventato prima di partire. In sostanza quindi, liberatevi dai pensieri negativi e concentratevi sollo sulle opportunità positive che il viaggio vi offre!

Grazie, Gian, siamo sicuri che hai ancora molte avventure davanti a te.

Buona onda!

Siccome le immagini comunicano molto di più delle parole, ecco il link al video riassuntivo dell’esperienza di Gian. Ricordatevi poi che, nel caso voleste provare un’esperienza simile, potete contare su questa proposta di Sharewood! Voglia di partire ne abbiamo?

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