Secondo il Time, non solo il 2015 è l’anno della sharing economy, ma ha anche inserito il nuovo paradigma di scambio e condivisione all’interno delle dieci idee che cambieranno il mondo. Il fenomeno è ormai esploso e comincia a diminuire fortemente la diffidenza nei confronti di estranei: per risparmiare, siamo disposti a viaggiare in macchina con persone a noi sconosciute, a soggiornare e mangiare a casa di un locale. Ecco, probabilmente è proprio qui l’errore che commettono in molti: non è solo il vantaggio economico che alimenta il fenomeno, ma soprattutto la possibilità di vivere un’esperienza autentica e conoscere nuove persone. Chi utilizza i servizi di sharing dal lato della domanda, sa che dal lato offerta ci sono persone con interessi simili ed una simile filosofia di vita. Per questo tale fenomeno è una soluzione win-win.

Ora vogliamo comprendere perché esista una differenza abissale tra la sharing nel Bel paese e nelle altre nazioni europee ed extraeuropee. In effetti, i numeri dicono che in Usa le persone che hanno scambiato o prestato beni, almeno una volta, sono il 52% della popolazione, in Inghilterra addirittura il 64%. In italia siamo soltanto al 13%. Unico dato confortante è quello che ci fornisce DOXA, individuando nel 15% il tipping point: ciò significa che tra 2 punti percentuali si raggiungerà il punto di non ritorno, cioè quel momento di transizione in cui si passa da una serie di piccoli cambiamenti ad una modifica irreversibile.

Nel panorama internazionale, le aziende impegnate in questo campo crescono con numeri paranormali: Airbnb ha registrato +354% in un anno e BlaBlaCar +150% al giorno! La domanda sorge spontanea: in Italia perché le startup attive nella sharing economy non riescono a percorrere il medesimo sentiero di crescita?

Condividendo la prospettiva di Beatrice Faleri del King’s College di Londra, le cause sono da rinvenirsi: a) nella mancanza di senso civico b) nella paura del governo di una reale libera concorrenza c) nel servilismo del governo nei confronti delle lobby che contrastano la libera concorrenza.
Parliamoci chiaro, quanto a senso civico il nostro paese non è al passo con il resto d’Europa. Lo dimostra il fatto che una città affollata e cosmopolita come Londra presenti comunque pochi graffiti, parchi tenuti in maniera esemplare, strade pulite e servizi pubblici rispettati ed efficienti. Può dirsi lo stesso della nostra capitale? Certo, parte della colpa spetta alla Pubblica Amministrazione ma il senso civico è un presupposto fondamentale per il funzionamento della sharing economy. Se impari a rispettare l’ambiente urbano ed i servizi pubblici, impari anche a rispettare gli oggetti che ti vengono noleggiati.
Per quanto riguarda il secondo punto, invece, si tratta di un problema tipicamente nostrano. Diciamocelo, nessuno in Italia sopporta la libera concorrenza perché fa paura, impone efficienza e continuo miglioramento dei servizi offerti, costringe a ragionare. A ciò aggiungiamo questioni tecniche, come tasse eccessivamente elevate ed una pletora di parametri, qualifiche, misure e requisiti alle quali devono adeguarsi le attività regolamentate dallo stato, che impongono inevitabilmente un mantenimento di prezzi di mercato elevati.
In quest’ottica è facile comprendere come sia sfavorita la nascita di startup innovative ed è chiaro il motivo della violenta reazione di tassisti ed albergatori di fronte ai servizi offerti da Airbnb e Uber.
Arriviamo al terzo punto, il problema più grande forse. Abbiamo capito di essere di fronte ad una grande rivoluzione tecnologica che pone in contrapposizione business tradizionali ormai obsoleti e business innovativi più efficienti e convenienti. Bisogna scegliere da che parte stare e, a quanto pare, il mercato ha scelto (se così non fosse avremmo già assistito all’inesorabile scomparsa dei servizi di sharing), così come ha preso una posizione netta anche il governo. Quest’ultimo, infatti, ha mostrato a più riprese cenni d’intesa alle tradizionali lobby, che d’altronde ancora possono fortemente influenzare l’operato politico con il più potente strumento di protesta: lo sciopero.

Con ciò, si badi bene, non si sta chiedendo un intervento del governo che promuova dall’alto i servizi di sharing, anche perché una simile azione non sortirebbe alcun effetto, essendo la sharing economy un fenomeno spontaneo e decentralizzato. Sarebbe sufficiente allentare il peso della tassazione e della burocrazia, permettendo alle startup innovative di operare serenamente. Peraltro, sarebbe auspicabile una normativa ad hoc che regolarizzi in modo concreto il settore della sharing, esattamente come è avvenuto nel Regno Unito con la SEUK, piuttosto che obbligare i cuochi di Gnammo, come ha fatto il Ministero dello Sviluppo Economico, a presentare un certificato di inizio attività.
Come si può obbligare un business innovativo, spontaneo e flessibile a rispettare i criteri di un business tradizionale? C’è un evidente errore di fondo.

Ora sono fermamente convinto che la sharing possa rivoluzionare i consumi, allargando la fruizione di moltissimi servizi, prima a appannaggio soltanto dei ceti abbienti, a nuove fasce di reddito. Inoltre, può rappresentare un fortissimo motore per la ripresa economica, generando fonti alternative di reddito e, contestualmente, liberando risorse da allocare. Affittare una stanza inutilizzata, offrire la propria cucina e la propria tavola, condividere un viaggio in macchina per risparmiare sul carburante e prestare la propria bicicletta sono tutte attività che possono contribuire in modo sostanziale ad una nuova spinta ai consumi. La sharing economy è capitalismo democratico a cui tutti possono possono partecipare, investendo un quota modesta di capitale, molto spesso immobile fino a quel momento, condividendolo con la comunità a prezzi competitivi e generando profitti per sé e per gli altri.

Mi piace pensare che siamo di fronte ad un profondo cambiamento economico e ambientale che porterà al superamento di un modello capitalista a favore di uno più sostenibile e profittevole per larghe fasce di popolazione. Facciamoci trovare pronti.