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Telaio Cromato e Cuore Elettrico: Le Bici Vintage di Luca Agnelli

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La passione per la bicicletta può prendere diverse forme, a seconda delle inclinazioni individuali, ma è sempre caratterizzata da una certa intimità, da un’armonia con il mezzo in questione. Per alcuni questa intimità si traduce in avventure al cardiopalma in cui diventare un tutt’uno con la propria bici, per altri può invece trattarsi semplicemente di una tranquilla scampagnata capace di rigenerare corpo e spirito. Vi è poi una terza tipologia di persone — forse un po’ più rare — che entrano in sintonia con i materiali e si adoperano per cesellare ogni aspetto delle proprie biciclette, modellandole sulla base di ciò che hanno in mente.

A questa ultima categoria appartiene Luca Agnelli, artigiano milanese che dal 2014 mette le sue abilità al servizio delle due ruote per creare delle bici vintage molto particolari. Affascinato dalla mobilità elettrica, ha pensato di applicare il telaio dei vecchi ciclomotori anni ’40 alle moderne biciclette a pedalata assistita, nascondendo alla vista elementi poco eleganti come la batteria, così da creare un prodotto esteticamente appagante. Il risultato è davvero eccellente e in pochi anni il suo negozio, Agnelli Milano Bici, è riuscito ad attirare clienti di tutto rispetto. Noi di Sharewood lo abbiamo intervistato per farci raccontare la storia delle sue creazioni.

Iniziamo con una breve presentazione: chi è Luca Agnelli e qual è il suo background?

Luca Agnelli è un ragazzo di 50 anni (oso definirmi così) che nasce come restauratore di mobili antichi, nel lontano 1982. Questa esperienza è stata determinante per la mia formazione e mi ha permesso di apprezzare la manifattura del passato che come caposaldo aveva la qualità del prodotto finale. Nonostante la mia professione avesse a che fare con il “vecchio”, ho sempre avuto un animo curioso e attento alle nuove tecnologie, cosa che mi ha spinto a sperimentare molto, anche perdendo del tempo — in fondo lavoro anche per divertirmi, non solo per guadagnare.

Come è sorto l’interesse per le bici elettriche?

Dato che tra i miei vari interessi rientrano anche le energie rinnovabili, non ci è voluto molto prima che la mia attenzione si spostasse sulla mobilità elettrica. Nella fattispecie credo che la bicicletta a pedalata assistita sia un prodotto straordinario perché consente di superare alcune delle problematiche tipiche del mezzo, una su tutte la fatica legata al pedalare. Avvicinandomi a questo mondo mi sono però reso conto in fretta che il mercato non offriva nulla di esteticamente appagante, ecco che quindi ho voluto un po’ sperimentare per costruire una bici a pedalata assistita che potesse soddisfare il mio gusto estetico.

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Da dove è nata l’idea di riadattare delle vecchie ciclomoto alla funzione di biciclette elettriche?

Forse per via della mia formazione, ho rivolto il mio sguardo al passato e in particolare alle ciclomoto degli anni ’50 e antecedenti. Si trattava di biciclette assistite da un motore a scoppio, mi è quindi sembrato subito evidente il parallelismo con le odierne bici elettriche e mi è venuta così l’ispirazione di riadattarle in chiave green, cercando quindi di creare un matrimonio perfetto tra vecchie soluzioni e nuove tecnologie.

Avevo ben chiaro in testa di non volere la batteria a vista perché è l’elemento che più mi disturba nel design delle bici elettriche, quindi sono andato alla ricerca di un serbatoio e come soluzione mi ha convinto sin dal primo assemblaggio — per quanto il prototipo fosse grezzo e pieno di difetti. Parallelamente mi piace l’idea di mantenere in vita dei componenti che diversamente andrebbero persi: i serbatoi che acquisto, se non li utilizzassi io, difficilmente troverebbero una collocazione sulla ciclomoto originale. Ci tengo anche a sottolineare che questi telai erano parzialmente lavorati a mano e, da artigiano, questo dettaglio mi è sempre piaciuto molto.

Come reperisci i materiali necessari per le tue bici vintage?

Io cerco tutto in Internet perché è uno strumento chiaro. Non mi piace girare per mercatini dove non si sa da dove proviene il pezzo che stai acquistando, mentre online tutto è molto più tracciabile e ho un maggiore grado di sicurezza. Reperire i pezzi non è facile principalmente perché cerco serbatoi di un preciso periodo storico: il processo artigianale nella costruzione delle ciclomoto è terminato con gli anni ’60. Seguo un criterio principalmente estetico che non è sempre chiaro al momento di iniziare il lavoro, perché una parte importante la gioca l’istinto e magari mi accorgo in corso d’opera che mi servirebbero pezzi diversi da quelli che ho davanti per realizzare la bici che ho in mente.

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I prodotti di Agnelli Milano Bici sono al 100% made in Italy, o vengono utilizzati anche componenti di provenienza estera?

I vecchi componenti sono tutti italiani, mentre i nuovi componenti (cerchi, pneumatici, ecc.) provengono un po’ da ogni parte del mondo.

Quale ritieni essere la parte più complessa di tutto il processo?

Il compito più difficile è quello di rendere armonioso il lavoro nel suo insieme, ma impegnativo è anche superare in corso d’opera le sfide tecniche che si presentano. Ad esempio io devo sempre modificare i carri posteriori delle biciclette, perché ovviamente pneumatici e cerchioni che impiego sono più grandi dello spazio che ho a disposizione. Le sfide sono all’ordine del giorno poiché ogni prodotto ha la sua complessità e richiede degli approcci specifici.

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Immagino che tutto il procedimento sia molto dispendioso in termini di tempo, quante bici riesci a costruire in un anno?

Ero partito con l’obiettivo di costruire 30 biciclette all’anno, ma più vado avanti più il numero si riduce; questo perché scopro come migliorare diversi aspetti delle bici e questi miglioramenti richiedono inevitabilmente del tempo. Quelle 30 bici l’anno sono ormai un miraggio: il primo anno sono riuscito a costruirne una ventina, il secondo anno il numero è calato e il terzo ne ho prodotte solo 4. Diciamo che molto dipende dalla complessità dei progetti che ho sotto mano: alcuni richiedono anche più anni per venire completati.

Come sei riuscito a far conoscere il tuo prodotto? È stato difficile?

Non particolarmente. Mi sono presentato al Fuori Salone nel 2013, ospite di un carissimo amico che è titolare di un importante marchio di abbigliamento. Un evento del genere è stato un ottimo palcoscenico perché attira un pubblico internazionale, cosa che in effetti ha aiutato molto: il mio commercio è prevalentemente estero, in questo gioca molto la fama di qualità che l’artigianato italiano ha presso gli altri Paesi.

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Quanto costa mediamente una delle tue bici?

È difficile parlare di costo medio perché varia sensibilmente in base alle caratteristiche e alle difficoltà incontrate in fase di realizzazione. Le bici costruite fino ad oggi partono sono in un range compreso tra € 11.000 e € 39.000.

Sicuramente non sono cifre a portata di tutte le tasche. Qual è il tuo cliente tipo? Ha riscontrato interesse per queste bici vintage?

Il mio cliente tipo è colui che ha una particolare sensibilità al bello unita ad un gusto un po’ retrò: molti dei miei acquirenti sono designer e stilisti, così come attori, poeti e anche teste coronate. Essendomi collocato in una nicchia molto particolare, devo dire che i miei prodotti riscontrano parecchio interesse e la loro peculiarità mi garantisce anche una discreta copertura pubblicitaria: solo questa settimana sono stato menzionato in quattro magazine francesi. Ovviamente questo non vuol dire ci sia un forte riscontro economico: producendo così poco, al netto delle spese non mi trovo con chissà quali guadagni, ma siccome non mi devo comprare l’elicottero mi va anche bene così. Non ho l’ambizione di diventare ricco e famoso, ho l’ambizione di vivere divertendomi e per me il mio lavoro è divertimento.

Grazie dell’intervista, Luca. Auguriamo il meglio a te e ad Agnelli Bici.

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